
Anche il retail è interessato da questa trasformazione?
Tutti i settori si stanno evolvendo e niente è più dinamico e aggiornato del modo in cui vendiamo e compriamo: dall'agorà dell'antica Grecia ai moderni superstore, i mercati sono sempre stati il barometro più sensibile dei cambiamenti sociali ed economici. Tuttavia, oggi, il modello comune di retail è in difficoltà: le perdite si aggirano sui 40 miliardi di dollari all'anno, pari al 3,5% delle vendite, a causa di inefficienze della supply chain. Anche nell'industria alimentare si registrano enormi sprechi, quantificabili in 48 miliardi di dollari ogni anno solo negli USA, senza contare le inefficienze generate dai cosiddetti “food miles”: migliaia di chilometri lungo cui viaggiano i prodotti prima di raggiungere il mercato su cui saranno venduti.
Ci sono conseguenze dirette sui comportamenti di consumo? Certamente. Un recente studio condotto da IBM Institute per Business Value su 30mila consumatori mostra come l'ansia per la crisi economica spinge ad appoggiarsi sempre più alle insegne di fiducia, da un lato, e a prendere in considerazione nuove possibilità, dall'altro. Saranno quindi solo i retailer in grado di attivare strategie reali e concrete a mantenere una posizione di leadership, mentre la gran parte dei player attuali è ancora ferma su un modello ormai superato.
Quali sono, quindi, le tre direttive principali lungo cui muoversi?
È il nuovo modello economico mondiale a chiedere al sistema di adattarsi a catene logistiche globali, nuovi modi e location inedite -fisiche e virtuali- per interagire con un consumatore più attento e “sveglio”. Dovrà essere un modo di fare business interconnesso a ogni livello, così che il sistema possa essere rimodellato sulle indicazioni dei consumatori in ogni momento, dal design del prodotto alla sua distribuzione. E poi tracciabile e misurabile, e intelligente, così da consentire la trasformazione di una quantità enorme di dati in valore reale, in tempo reale.





































