Intervista a Massimo Di Felice sul ripensare le forme sociali in chiave ecologica

Gli incontri di Gdoweek

Massimo Di Felice insegna Teorie
e tecniche dei nuovi media

all'Università di San Paolo.
Dirige il gruppo di ricerca Atopos,
coordina una ricerca su
“Reti digitali e sostenibilità” con il partenariato
dell'azienda brasilana Petrobras. Ha di recente
pubblicato il volume “Paesaggi post-urbani. Le
forme comunicative dell'abitare” (Bevivino, Milano,
2010), uno studio intorno alle più recenti
modifiche del rapporto esistente tra spazio e individuo.
Ha, infine organizzato un convegno dal
titolo Ecosofia (San Paolo, 23 e 24 Novembre)
che vede la presenza congiunta di docenti universitari
(Michel Serres, Michel Maffesoli,
Alberto Abruzzese
), esponenti della società
civile, rappresentanti delle aziende e delle istituzioni
brasiliane.


Da molti anni Lei sta creando una rete operativa
intorno al tema della sostenibilità.
Quale significato particolare hanno per lei i
concetti di ecologia e sostenibilità?

I due concetti rientrano in una più radicale trasformazione
del rapporto uomo/ambiente che le
nuove tecnologie stanno diffondendo o determinando.
Vi sono, in particolare, due trasformazioni
fondamentali: una riguarda la percezione dell'ambiente,
l'altra l'azione concreta dei diversi soggetti
in gioco. La digitalizzazione del mondo trasforma
l'ambiente in una semplice informazione alla portata
di tutti; ciò determina, da un lato, una visione
del mondo come parte integrante e insuperabile
della società, dall'altro, una visione di esso come
sistema complesso, all'interno del quale ogni singolo
evento o catastrofe naturale può ripercuotersi
sull'intero sistema modificandone equilibri e configurazioni.
Ne deriva in ultimo un'immagine del
mondo come sistema comunicativo complesso in
cui le parti sono fragili e strettamente organiche
tra loro, costantemente soggette al cambiamento
qualora una sola parte o un solo punto di esso
dovesse mutare. I diversi nodi della rete non
sono compartimenti a tenuta stagna, bensì parti
continuamente connesse tra loro. Questa stessa
immagine del mondo esterno si ripercuote sul
mondo sociale, ora inteso come sistema comunicativo
complesso in cui ogni singolo settore deve il
suo sviluppo o benessere alla presenza e all'azione
congiunta di altri settori. In questo senso ritengo
ormai necessaria una visione e un'azione concreta
che preveda la partecipazione e la sinergia di diversi
attori: economici, politici, sociali e culturali.
Si tratta di una visione “ecologica” del mondo che
supera in tutto la grande tradizione occidentale
dell'antropocentrismo, legata ad una concezione
dualistica di uomo e ambiente, e strettamente
dipendente dalla pratica della scrittura, una tecnologia
la cui peculiarità è quella di separare l'interno
dall'esterno, il sociale dal naturale, le singole parti
o settori tra loro. Il concetto di ecologia diviene
totale o inglobante; indica una visione “complessa”
in cui tutto, ivi compreso lo sviluppo industriale e
tecnologico, non può essere separato dall'evoluzione
culturale, sociale e politica. Nessuna parte può
essere pensata come zona autonoma e preservata;
la sua esistenza e il suo benessere dipendono dalla
sinergia tra le varie parti in gioco.

Il termine ecosofia. Qual è il significato, che
cosa sottende?


Il termine ecosofia è stato già largamente usato.
Penso, ad esempio, ad uno degli ultimi scritti
di Michel Maffesoli (Matrimonium, Cnrs, Paris,
2010). Ecosofia è un concetto utile a ripensare le
forme politiche e sociali attraverso un sentire e una
visione ecologiche. Il convegno che organizziamo
vuole essere infatti un contenitore all'interno del
quale ripensare nuovi patti sociali, patti frutto
di un'interazione creativa e innovativa tra i vari
attori sociali. Un contenitore dove dar vita ad una
logica complessa ed ecologica, una logica capace di
inglobare in modo armonico sviluppi tecnologici
e profitti economici, consumi e innovazioni culturali,
forme e sistemi politici. Una logica dove il
profitto non può più essere pensato solo in termini
matematici e industriali; un profitto economico,
certo, ma anche sociale, politico e culturale, aperto
alla crescita e al benessere delle nuove generazioni.
Una logica che impone infine una trasformazione
filosofica: la fine della centralità esclusiva dell'umano
a favore di punti di vista ed elementi non-umani
(animali, vegetali, risorse).

Una cultura “sostenibile” direttamente legata
alla diffusione e alle potenzialità delle
nuove tecnologie. Una cultura che determina
nuove forme e dinamiche del conflitto
sociale. Quale ricaduta particolare essa ha
sul versante del consumo e su quello della
produzione?
Consumi e produzione oggi formano un sistema
comunicativo complesso. Non possono più essere
pensate come parti che agiscono in modo unidirezionale,
autonomo o verticale: dalla produzione
al consumo e viceversa. L'azienda è una parte del
sistema; deve pertanto continuamente negoziare
la sua azione con quella di altri parti o nodi della
rete. La nascita di un nuovo prodotto deve tener
conto di una serie di informazioni quali il territorio
di riferimento, le configurazioni geo-economiche,
l'immaginario e gli stili di vita diffusi. Detto in altri
termini: nessuno detiene il monopolio dell'informazione.
La riuscita di un prodotto dipende quindi
dalla capacità di inglobare nella sua configurazione
quante più informazioni possibili. Dalla capacità di
mediare e accogliere informazioni diverse, provenienti
dal mondo sociale, culturale e ambientale.
Questo è, a mio avviso, un modo “etico” di procedere:
riconoscere la necessità e l'utilità di accogliere
e mediare istanze diverse, produrre un'azione che
tenga conto e renda partecipi i diversi attori in
gioco, creare un ecosistema all'interno del quale
ognuno produce o contribuisce a produrre simultaneamente
evoluzioni economiche, culturali
e territoriali. Penso in particolare all'esperienza
dell'azienda brasiliana Natura, un'azienda che produce
secondo i criteri fissati dall'Agenda 21, rispettando
l'ecosistema brasiliano e contribuendo a far
crescere economicamente e culturalmente gruppi e
parti del territorio.

Qual è il raggio d'azione specifico della distribuzione,
dove le sembra più necessario
una svolta green, sul fronte della logistica,
dei consumi energetici? Mi fa un esempio
virtuoso su questo versante?


La distribuzione è oggi una complessa pratica
comunicativa. Consumiamo infatti non solo dei
prodotti fisici ma anche e soprattutto oggetti dotati
di molteplici informazioni. Informazioni sul luogo
stesso dell'acquisto, sui modi attraverso cui quel
prodotto è realizzato e distribuito. Informazione e
immaginario orientano in modo decisivo le nostre
pratiche di consumo. Ne consegue che anche la
distribuzione, come la produzione, deve tener
conto nella sua azione di istanze diverse: bisogni
territoriali, aspirazioni sociali, idee e visioni del
mondo, gusti ed estetiche, immaginari e stili di vita
diffusi. La distribuzione stessa può, inoltre, essere
fatta attraverso le reti; ciò comporta, da un lato, un
enorme risparmio energetico e un migliore impatto
ambientale, dall'altro, una maggiore possibilità
di accesso al grande pubblico da parte dei piccoli
produttori. Penso in particolare alle comunità
indigene (comunità che attraverso le reti hanno
cominciato a produrre e distribuire differenti prodotti
artigianali) e alle comunità che abitano le foreste
(comunità che, in questi anni, hanno creato e
sviluppato progetti legati alla produzione di oggetti
ricavati dalla gomma o legati alla bio-diversità). La
digitalizzazione ha reso possibile la diffusione di
prodotti ecologici, la creazione di piccole e medie
imprese, la pratica di rapporti diretti tra produttori
locali e consumatori, di oltrepassare le rigide barriere
imposte dalla distribuzione classica.

Lei lavora anche in Brasile. Esiste, a suo avviso,
una differenza tra contesto brasiliano ed
europeo nella concezione e nella pratica di
un discorso ecologico o sostenibile?


Esistono una serie di differenze qualitative dovute
a molteplici ragioni storico-sociali. In primo luogo,
la cultura brasiliana, figlia dell'incrocio tra nativi,
africani ed europei, ha sviluppato e sviluppa un
rapporto molto più organico e “familiare” con il
corpo, la natura e l'ambiente circostante. In secondo
luogo, il Brasile non si è organizzato nei decenni
scorsi in forme virtuose di Welfare State; ciò ha
portato diverse imprese ha considerare il proprio
ruolo non solo e semplicemente in chiave economico-
industriale ma anche sociale e culturale. Le
aziende hanno effettivamente colmato il “vuoto”
dovuto alla quasi totale assenza del pubblico e dello
Stato. Alla Petrobras si devono, per esempio, numerosissimi
investimenti nella sfera culturale, sociale
e ambientale: cinema, gallerie, centri culturali,
progetti sociali e di ricerca. Questa pratica o anche
questa tradizione rende oggi il contesto brasiliano
più aperto ed adatto ad una logica “ecologica” di
cui abbiamo parlato prima. La crisi o il declino del
Welfare State in Europa non ha ancora invece portato
alla creazione di architetture sociali capaci di
sostituire l'antica forma politico-sociale con nuove
dinamiche in grado di rispondere efficacemente ai
bisogni e ai disagi che la contemporaneità impone.
Ritengo tuttavia che la centralità del discorso ecologico
e di un'economia sostenibile stia crescendo in
modo significativo in entrambi i contesti.

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