Mapic: segnali di sobrietà e austerità

Retail

Se si volesse trovare un criterio soggettivo e per nulla scientifico per spiegare il clima non meteorologico -quello è come al solito mite- ma economico del Mapic, il salone internazionale dell’immobile commerciale che si chiude oggi a Cannes, potremmo partire dalle cassette di legno destinate a raccogliere la documentazione lasciata dagli espositori ai giornalisti: quest’anno mancavano gli inviti a cocktail e feste. Un segnale, per carità di per sé assolutamente futile, che però dà il senso della fase congiunturale che l’industria immobiliare sta vivendo e che si può riassumere con il termine di sobrietà.


Anche i Paesi dell'Est latitano
D’altra parte anche se i numeri definitivi verranno resi noti solo a termine manifestazione che si sia trattato di un Mapic in tono minore lo dice il calo dei visitatori e quello degli stand: crisi finanziaria e recessione stanno colpendo duro e anche i Paesi in controtendenza, quelli dell’Est europeo, latitano, non tanto perché in difficoltà quanto perché comincia ad essere difficile proporre progetti di sviluppo in aree ormai già affollate di strutture commerciale e con consumi che per quanto in crescita restano ancora molto lontani dai nostri standard.

Crisi con aspetti salutari
Non si respira però un’aria da ultima spiaggia: Carmen Chieregato, AD di Cogest, ad esempio parla di “crisi che certo non auspicavamo e che sta colpendo pesantemente tutti ma che avrà come conseguenza positiva il ritorno a valori fondamentali”, Pietro Malaspina, presidente del Consiglio nazionale dei Centri Commerciali professa cauto ottimismo sottolineando che “ nessuno sta chiudendo l’azienda e i valori espressi dai mercati finanziari oggi non hanno nessuna attinenza con i valori reali delle società; ci vorranno però un paio di anni per tornare alla normalità” ; Filippo Carbonari, ad di Igd sottolinea la centralità del problema della sostenibilità dei canoni e delle spese di gestone per gli “inquilini” dei centri. Per la verità abbiamo trovato anche chi –tacciamo il nome anche perché si tratta di progetti pensati di qui a cinque anni e per ora siamo tra il futuribile e la chiacchiera da bar- propone progetti di grande ambizione con strutture di vendita alimentare di problematica collocazione, ma per cui si spera di trovare entusiastici sottoscrittori. Come se la gdo in quest'ultimi mesi non abbia imparato a sapersi fare bene i suoi conti…

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