In uno scenario di crescita moderata in questi primi mesi del 2025, anche grazie all’andamento della Pasqua, che ha portato a vendite in aumento di circa il 4%, mentre l’incremento dei volumi è stato di 2,6 punti a fronte di un’inflazione a 0,8%, il retail alimentare italiano sta cambiando pelle per adattarsi ai nuovi bisogni dei consumatori. “La ricerca di convenienza rimane un elemento essenziale, ma la composizione del carrello si sta trasformando -chiarisce Romolo De Camillis, direttore retail di Niq-. Bene le vendite dei freschissimi e del food in generale, nel segno di un’alimentazione sana ed equilibrata. Un andamento che coinvolge tutti i canali, anche se con performance diverse: supermercati e superstore mettono a segno risultati positivi a dimostrazione della loro capacità di interpretare il mercato; tengono bene il passo anche i discount, che, seppur a ritmi meno sostenuti rispetto al passato, confermano di essere protagonisti di un’offerta sempre più articolata e di qualità. In questa intercettazione della ripresa, continuano a faticare gli ipermercati, così come si registra qualche segnale di rallentamento da parte dei drugstore, all’interno di una frenata dei consumi per cura casa, cura persona e petfood”.
Quanto vale l'eCommerce digitale
Alcuni dati interessanti arrivano dal digitale: l’eCommerce alimentare raggiunge il 7% di quota sul totale, in accelerazione rispetto al 6,5% dell’anno precedente. “Una crescita trainata non solo dai grandi player generalisti, ma da operatori specializzati e quick commerce, capaci di intercettare bisogni di nicchia, soprattutto nei segmenti salutistici, moda e benessere, e di modificare rapidamente l’assortimento, anche per i minori vincoli dai costi fissi rispetto alle insegne brick & mortar -precisa De Camillis-. L’eCommerce food, invece, a parte qualche eccezione, continua ad andare a una velocità diversa, in parte per mancanza di investimenti adeguati in parte per la difficoltà dei retailer di ottenere livelli di efficienza e di profittabilità adeguati”. Rimane, comunque, una certezza: dall’omnicanalità non si ritorna, ma serve un’identità solida per distinguersi tra le molte proposte.
Assortimento, alla ricerca della distintività
Quale, allora, la sfida sulla quale i retailer stanno concentrando i propri sforzi? Più che la ricerca di nuovi format e concept, oggi il vero terreno di differenziazione tra le insegne è l’assortimento. “Dopo anni di ampiezza indistinta, oggi si torna a parlare di efficienza e personalizzazione, effetti di una razionalizzazione di marche e formati, che era già in atto lo scorso anno -puntualizza De Camillis-. Certo il tentativo di creare assortimenti distintivi si scontra con il peso della grande industria, che, invece, punta su una maggiore omologazione, che spingono le insegne a cercare nuove strade: non solo rinnovando l’offerta, ma inserendo nuovi servizi aggiuntivi (medici, assicurativi di vario genere), che amplino il ruolo del punto di vendita. Centrale, ovviamente, anche il ruolo delle mdd, che crescono per numero di referenze e centralità sugli scaffali, mentre i prodotti dell’industria di marca registrano una crescita più legata al prezzo. È un doppio binario strategico: chi punta sulla mdd lavora sull’innovazione assortimentale; chi privilegia la marca lavora sul valore percepito”.





