Nomisma: spariscono 86mila negozi, ma cresce la ristorazione

Secondo i dati Nomisma, oltre 86.000 negozi di vicinato sono scomparsi negli ultimi 10 anni. La ristorazione invece cresce

Negli ultimi dieci anni, oltre 86.000 saracinesche si sono abbassate per l'ultima volta, segnando la scomparsa dei piccoli negozi di quartiere. Un trend che ha subito un’accelerazione verticale nell'ultimo quinquennio. I numeri della crisi, per quanto allarmanti, non devono rappresentare però una resa. È questo il messaggio lanciato da Nomisma in occasione della presentazione della prima edizione dell'Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale. L'obiettivo è ambizioso: superare la fase dell'analisi per approdare a quella delle azioni concrete. L'Osservatorio non si limita infatti a fotografare il declino, ma propone un approccio strutturato per invertire la rotta. La parola chiave è sostenibilità, intesa non solo come bilancio economico, ma come capacità di generare valore per l'intero ecosistema territoriale. Tra l'altro, dall'analisi emergono dati importanti: le diverse province si caratterizzano per dinamiche e velocità differenti. E in alcuni territori emerge con forza quanto i negozi di vicinato abbiano un ruolo centrale non solo per sostenere l’economia locale, ma anche per favorire socialità e integrazione.

Dalla lettura dei dati, risulta evidente, come i settori del commercio locale che presentano le performance migliori (ristorazione, salute e cura della persona e articoli per l’edilizia) siano sostenuti da fattori esogeni (boom turistico, effetti della pandemia da Covid-19 e bonus edilizi), mentre per le restanti categorie merceologiche la desertificazione commerciale non ha incontrato ostacoli nell’ultimo decennio. Queste considerazioni imporrebbero tanto ai decisori pubblici, quanto agli operatori privati, di compiere scelte coraggiose per salvaguardare socialità, integrazione e sicurezza dei contesti urbani e rurali: la costruzione di reti in grado di convogliare sui territori i consumi dei cittadini è una sfida da cogliere al più presto”, ha commentato Francesco Capobianco, head of public policy di Nomisma.

Il trend nelle province italiane

La media a livello nazionale vede un calo del -6,7% negli ultimi 10 anni, toccando nel 2025 il punto più basso di tutto il periodo di osservazione. Di seguito le percentuali delle province con segno positivo e negativo.

 

I lavoratori

A fronte di una crescita complessiva degli addetti nel comparto, pari a +21,2% di media a livello nazionale, tutte le province italiane si caratterizzano per un segno positivo, con vette del +37,2% a Matera, del +36,8% a Sassari e del +35,9% a Siracusa. Tra le province metropolitane spicca Roma, con un eloquente +30,4%, seguita nell’ordine da Palermo (+27,9%), Milano (+27,3%), Bari (+25,3%), Firenze (+25,2%), Bologna (+16,6%) e Torino (+15,9%).

Le dinamiche

L'analisi settoriale degli ultimi dieci anni rivela una vera e propria metamorfosi dei nostri centri urbani. Se il commercio di prossimità appare come il grande malato del decennio, esiste un comparto che non solo resiste, ma traina l’economia locale: la ristorazione. Con un incremento di oltre 55.000 unità e una crescita degli addetti che sfiora il 70% (+69,4%), il settore del cibo e dell'accoglienza si conferma il motore più dinamico del mercato. Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla desertificazione di comparti storici. A soffrire maggiormente è il settore tessile-abbigliamento e accessori, che registra un saldo negativo drammatico: -55.570 unità. Seguono a ruota: cultura e svago con un crollo verticale del 28% negli esercizi, il commercio tradizionale (in sofferenza anche ferramenta, gioiellerie, arredamento e alimentari).

Dall'analisi emergono però segnali di controtendenza legati ai nuovi stili di vita e alle politiche economiche. La cura della persona è l'unico comparto commerciale in segno positivo per unità (+0,4%) ma con un vero exploit occupazionale (+27,5% addetti), spinto dalla crescente domanda di benessere. Infine, l'edilizia, nonostante una lieve flessione dei punti di vendita (-2,3%), vede un balzo degli addetti del 21,4%, trainato dai bonus e dal dinamismo del ciclo edilizio.

Il dato che emerge è chiaro: le città stanno smettendo di essere luoghi di acquisto di beni per trasformarsi in centri di consumo di esperienze e servizi. Se da un lato la crescita della ristorazione (+26,2% di unità locali) garantisce vitalità, la perdita di oltre 55mila negozi di abbigliamento solleva interrogativi sulla varietà e sull'identità futura delle nostre vie storiche.

I ricavi

I bilanci delle imprese italiane del decennio 2015-2024 raccontano una storia di sopravvivenza e crescita paradossale. Se da un lato il fatturato medio nazionale delle aziende rimaste sul mercato è balzato del +37,6%, dall'altro si è aperta una voragine competitiva. Le grandi imprese consolidano posizioni dominanti, mentre le piccole realtà di quartiere lottano contro costi fissi e pressione dei giganti, vedendo minata la propria sostenibilità economica. Il settore della somministrazione non conosce crisi di incassi. Il dinamismo della ristorazione è impressionante, con un incremento dei ricavi del +54,6%, tallonato da vicino dai bar (+51,2%). Ma a crescere non è solo il consumo fuori casa. Alcuni settori tradizionali hanno saputo reinventarsi, confermando il proprio ruolo di pilastro sociale oltre che economico:

  • Alimentari e Bevande: +44,4%
  • Ferramenta: +41,0%
  • Gioielleria: +33,3%
  • Salute e cura della persona: +29,1%

I dati più allarmanti riguardano i consumi legati al tempo libero e all'immagine. Il settore tessile e abbigliamento (+16,5%) e quello di cultura e svago (+13,3%) segnano il passo, registrando le performance peggiori del periodo. Secondo gli analisti, su questi comparti pesa una "tempesta perfetta" composta da tre fattori critici:

  1. eCommerce: La concorrenza aggressiva dei canali online.
  2. Post-pandemia: Una difficoltà strutturale nel recuperare i volumi pre-2020.
  3. Taglio delle spese: Una contrazione netta dei consumi discrezionali da parte delle famiglie, che privilegiano i beni primari o le esperienze conviviali (ristoranti) a scapito di un nuovo capo di abbigliamento o di un libro.

Il risultato è un mercato sempre più polarizzato, dove la specializzazione e la dimensione aziendale diventano gli unici veri scudi contro la desertificazione.

Gli affitti

Il mercato dei locali commerciali in Italia vive una profonda contraddizione. Mentre il valore di acquisto dei negozi è crollato mediamente del -9,0%, i canoni di locazione sono aumentati del +12,9%. Questo rincaro degli affitti rappresenta oggi una delle principali cause di chiusura per le attività locali.

Tra le grandi metropoli, Milano è il caso più emblematico, con prezzi di acquisto in calo (-7%) ma affitti in forte crescita (+16,1%). Invece, Roma e Torino registrano un crollo verticale dei prezzi (circa -22%), ma mentre a Roma gli affitti calano del -4,8%, a Torino restano quasi invariati (-1,5%). Infine, Bari, insieme a Milano, guida la crescita dei canoni tra le grandi città (+16,5%).

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