Bar e commercio al dettaglio a rischio di desertificazione. Sembra un’affermazione apocalittica, ma è un problema reale che ha sottolineato di recente anche il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. “Mentre le città cambiano, assistiamo a un fenomeno che rischia di comprometterne l'identità e la vitalità: la desertificazione commerciale. Negli ultimi dodici anni in Italia sono sparite oltre 140.000 attività di commercio al dettaglio e oggi abbiamo più di 105.000 negozi sfitti. Non sono numeri astratti: ogni saracinesca che si abbassa significa meno sicurezza, meno servizi, meno attrattività, meno socialità. E questo impoverisce la vita urbana più di quanto dicano le statistiche”. In soldoni queste chiusure equivalgono a una perdita media di 27 attività al giorno nel periodo post pandemico. Nello stesso periodo, Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) conferma che più di 21.000 bar hanno abbassato le saracinesche negli ultimi 10 anni e nel solo primo semestre 2025 il saldo tra aperture e chiusure è negativo per 706 unità. Una tendenza che riflette la fragilità del comparto fotografata anche da un tasso di sopravvivenza delle imprese che a cinque anni dall’apertura è del 53%.
Fipe considera il bar "un pilastro della socialità degli italiani, della qualità della vita e dello spazio urbano". E questo è vero. Insieme alle tabaccherie sono la tipologia di esercizio più capillare a livello quartierale. Ma conciliare sostenibilità economica ed elevati standard di servizio sta diventando sempre più difficile per un comparto del fuori casa che conta quasi 128.000 imprese, occupa 400.000 addetti (285.000 sono dipendenti, di cui il 58,9% donne) e vale oltre 20 miliardi di euro di consumi.
Crisi economica o cambiamenti di modello?
Secondo alcuni ristoratori, come Ivan Daniele, fondatore di Trivè, alla base di questa falcidia ci sarebbe anche la crisi di un modello monofunzionale che la categoria tradizionale dei bar non sarebbe stata in grado di far evolvere in una direzione più orientata alle nuove esigenze della clientela: per esempio, il desiderio di esperienze. Le persone cercano spazi adatti a interpretare fasi diverse dal mero consumo (veloce) di un caffè o di un panino: lavoro informale, pause più prolungate, incontri, presentazioni, eventi e attività culturali. È una diagnosi interessante, anche se la realtà è ben più complessa.
“I dati ci dicono chiaramente che non siamo davanti a una moda passeggera, ma a una trasformazione culturale profonda -commenta Ivan Daniele-. Il modello tradizionale del locale mostra una fragilità evidente e ampliare gli usi dello spazio non è più un’opzione: è una necessità. L’Italia, che è sempre stata la culla del bar di quartiere e del negozio sotto casa, oggi sta vivendo un’evoluzione che la avvicina alle grandi città europee come Londra, Berlino o Copenaghen, dove i locali sono veri hub di comunità e non semplici contenitori commerciali. Non si va più solo al bar o solo a fare acquisti: si cercano luoghi in cui vivere del tempo, non semplicemente consumare”.
Citando come riferimento il Retail Transformation Report 2025, Ivan Daniele aggiunge che il 68% degli italiani preferisce locali che offrano più funzioni oltre alla vendita. E il Rapporto On Premise 2025 di CGA by NIQ evidenzia che il fuori casa registra una diminuzione delle visite (-1,6%) ma un aumento del valore medio per singola uscita. Questo dato si presta ad interpretazioni ancipiti: non è detto che l’aumento del valore medio per uscita equivalga al fatto che si esca meno, ma meglio; dovremmo considerare anche la componente dell’inflazione che ha pesato molto sulle performance del settore.
Visto che abbiamo citato Ivan Daniele, ricordiamo che Trivè si presenta come il primo “All Day Bar” in Italia. Nato a Torino nel 2017 dall’idea di Ivan Daniele e oggi presente anche a Milano, Trivè ha creato un format replicabile e standardizzato che copre tutte le fasce orarie della giornata, offrendo un modello scalabile per imprenditori e franchising. Con cinque locali già attivi e piani di espansione a Milano e in altre città italiane, Trivè punta a diventare il primo brand nazionale del settore bar. Trivé si inserisce in quella nuova categoria di luoghi ibridi, che si collocano a metà strada tra bar, caffè, concept store, co-working leggero e spazio culturale.






