A Pechino, il fashion ha grande charme ma cresce il fenomeno italian sounding

Nonostante la recessione mondiale, i principali
gruppi cinesi, le catene internazionali
e importanti brand non rinunciano ai
progetti di penetrazione o di espansione
in Cina, tant'è che le aperture di store
previste nel 2010 risultano più di 700. Relativamente
al mercato dell'abbigliamento,
negli ultimi anni è cresciuto con tassi a due
cifre, raggiungendo i 50 mld/$. Attualmente
le vendite tramite i department store,
nazionali e ed esteri, contano per il 40%
del mercato.
Fino a pochi anni fa, il mercato era molto
polarizzato su due segmenti di consumatori
e due posizionamenti di prodotto: il primo
con prodotti economici, di qualità bassa,
a marchio locale e venduti principalmente
nei department store cinesi di antica concezione,
tramite la rete dei negozietti o,
ancora, da catene internazionali di primo
prezzo (ad esempio, Walmart); l'altro
posizionamento era formato da prodotti di
lusso, venduti da negozi monomarca (anche
in franchising), ma in buona parte nella
forma shop in shop nei grandi magazzini.
Più recentemente, con l'affermarsi di una
classe media cinese, sono emerse nuove
categorie di prodotti, con posizionamenti
intermedi e con un buon rapporto qualità
prezzo. Si tratta di un mercato fortemente
frammentato, spesso dominato da marchi
stranieri, ma non sempre occidentali e non
di rado italian sounding: un fenomeno preoccupante
per la sua crescente diffusione
che (Anna Pucci, Mia Mia, AnMani, Loro
Lana, Cagliari, sono solo alcuni esempi).

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/wp-content/uploads/sites/7/2014/10/416_16.pdf” target=”_blank”>A Pechino, il fashion ha grande charme ma cresce il fenomeno italian sounding
Il mercato cinese è in buona parte costruito da retail esteri, ma anche da gruppi locali con brand “italiani” | Gdoweek | 11 ottobre 2010 |

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