L’ittico nelle Marche è pesca, import e brand

Sino a pochi anni fa, all’interno del porto di Ancona, si svolgeva l’unica fiera nazionale dedicata al comparto della pesca. Eppure nonostante la crisi del settore primario che ha prodotto la rottamazione di molte imbarcazioni, il settore ittico è ancora vitale anche nel grado di innovazione delle imprese. Lo dimostrano le attività aziendali nell’import, nell’allevamento di vongole o, ancora, negli affumicati, settori nei quali si è raggiunto un livello di eccellenza. E si va anche oltre il mare, nell’interno della regione ove sono presenti allevamenti di trote che possono contare sulla qualità incontaminata delle acque. Questo è il dinamico contesto della regione in cui si collocano le tre domande sulle’ittico marchigiano, che abbiamo posto all’Assessore Regionale con delega alla Pesca,  Angelo Sciapichetti.
Quale ruolo riveste attualmente l’economia ittica nelle Marche?
Nell’economia regionale, il distretto del mare e all’interno di esso la pesca è un comparto rilevante che influenza trasversalmente settori quali trasporti marittimi, turismo, cantieristica e acquacoltura. Le Marche con i suoi 174 km di costa, ha 8 porti, una flotta peschereccia consistente in quasi 900 imbarcazioni e 2.000 pescatori, un rilevante polo industriale di trasformazione del prodotto locale. La produzione marchigiana di pesce rappresenta un decimo della produzione italiana. I principali porti sono Ancona, San Benedetto del Tronto, Civitanova Marche, Fano, Porto San Giorgio, Pesaro e Senigallia.
Cosa pensa delle politiche europee in tema di affari marittimi e pesca?
Per quanto riguarda le nostre strategie regionali, al centro della politica è sempre stata la dimensione sociale della pesca su più aspetti, che vanno dal miglioramento delle condizioni di lavoro degli operatori della pesca, alla formazione vocazionale di giovani per favorire il ricambio generazionale notoriamente in crisi, alla valorizzazione del ruolo delle donne. Le Marche vantano un’efficace livello di associazionismo degli operatori della pesca, attivo e ben strutturato e riteniamo che lo stesso debba esteso al mondo dell’acquacoltura. In considerazione di un approccio eco-sistemico delle risorse e nella recente visione dell’Eusair, il futuro del Mare Adriatico necessita di azioni e politiche coordinate, ambito in cui le Marche hanno un ruolo di leadership all’interno della Macroregione. Nell’approccio transfrontaliero riteniamo fondamentale investigare di più al fine di una visione più ampia e scientifica sulle cause che nel nostro mare stanno determinando la riduzione di alcuni stock la quale tenga conto anche di parametri di portata nutrizionale dei fiumi, dell’inquinamento, oltre ai dati sulla pressione della pesca. In merito alle specie ittiche condivise con i paesi dell’altra sponda, intendiamo continuare il lavoro avviato con il Progetto Ecosea. Bisogna creare una governance basata sul reale ciclo di vita delle specie  con misure condivise tra tutti i Paesi e basate su conoscenza scientifica, coinvolgimento di operatori, istituzioni e stakeholders.
Sul fronte industriale come si stanno orientando le aziende marchigiane del settore?
L’industria della trasformazione del prodotto ittico nelle Marche non è più esclusivamente localizzata nel distretto di San Benedetto del Tronto che comunque rimane il polo principale. Oggi si contano varie realtà importanti anche al nord e centro delle Marche. Inoltre, anche l’area interna, purtroppo interessata dagli effetti del recente sisma, vede nascere un’importante polo di trasformazione dell’ittico allevato ed in particolare della trota. Negli ultimi anni le industrie di trasformazione si sono dedicate al miglioramento del controllo delle catene del freddo in tutte le sue fasi. Hanno investito molto anche in ambito di sicurezza sui luoghi di lavoro. Grande spinta allo sviluppo di tali aziende è giunta con i finanziamenti comunitari che la Regione Marche ha concesso con le programmazioni Sfop2000/2006; Fep 2007/2014 e Feamp 2014/2020. Il settore della trasformazione risente però della generale costante carenza di prodotto locale da cui è conseguito che  le aziende si sono concentrate sul pescato importato. In futuro dovremmo spingere maggiormente sulla trasformazione del prodotto locale.

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