Marmellatoso, l’oro autoctono della Puglia in gdo

Dalle star Primitivo e Negroamaro, al lancio della Verdeca, fino al Susumaniello, prossima rivelazione. Perfetti interpreti dei nuovi trend di consumo. La Puglia è oggi la terra dei vini che fanno tendenza. Per qualità. Perché alla fine questo successo regionale? “È legato da una parte al successo turistico da tutto il mondo. E poi c’è l’offerta gastronomica importante. Da lì è scattata la molla sui vini, particolari, piacevoli, ‘marmellatosi’. Sono i figli del sole. È una miscela esplosiva” afferma Vito Lattarulo direttore di Cantine Paololeo che incontriamo a Vinitaly 2019.

Il vino pugliese risponde, insomma, meglio al desiderio di beva piacevole, armonica. E alla curiosità di scoprire vitigni autoctoni. Un passaggio chiave certificato anche dai recenti dati Iri che hanno sancito come la maggiore crescita a valore e volume per i rossi nella gdo sia proprio per due bandiere della regione in forte ascesa, Primitivo e Negroamaro. Interpreta perfettamente questo passaggio a Sud, Cantine Paololeo, sede a San Donaci, nel Salento. “Parliamo della quinta generazione. La cantina nasce con Paolo Leo, 59 anni, amministratore unico dell’azienda che la fonda oltre 30 anni fa. Con una cultura e tradizione vincola, però, alle spalle, ereditata dagli avi che già vinificavano le uve. È anche andato a ricomprare i terreni dei parenti. Appartiene alla generazione degli innovatori in Puglia”.

Che numeri fate?

Numeri importanti, 4 milioni di bottiglie, fatturato intorno a 12 milioni di cui il 50% maturato con l’export, 65 ettari di proprietà e il resto da conferitori con contratti a lungo termine. A loro chiediamo, per esempio, diradamenti quando servono. Questo per dare qualità all’uva. È stata la cosa più difficile con gli operatori agricoli: la Puglia era abituata a fare quantità.

C’è uno spostamento da Nord a Sud ...

I nostri ettari abbracciano in pieno il Salento: come cantina siamo nel cuore del Negroamaro, che è sempre stato il nostro fiore all’occhiello. Con Orfeo (Negroamaro in purezza, ndr), il nostro vino di punta, abbiamo vinto i Tre Bicchieri Gambero Rosso. Premio che stiamo ricevendo da due anni consecutivi.

C’è desiderio di scoprire le centinaia di vitigni autoctoni, di cui l’Italia è leader in Europa.

La nostra attenzione si è spostata lì. Riteniamo sia la vera ricchezza della Puglia. È la regione che fa più numeri su quelli a bacca bianca, anche se pochi lo sanno. Sui bianchi proponiamo il Bianco d’Alessano, il Minutolo, la nuova scoperta, la Verdeca che si presta anche a essere spumantizzata. Per rossi e rosé abbiamo poi il Susumaniello. C’è un ritorno ai bianchi e rosati e la Puglia può dire la sua.

Con quali vini siete in gdo?

Ovviamente Negroamaro e Primitivo, ma anche una porzione di vitigni autoctoni che sono presenti nella linea Igp Tradizione Autentica. C’è per esempio il Bianco d’Alessano, che era uno dei vitigni del Locorotondo. È pastoso, sapido e tannico come un rosso. Poi il Susumaniello. Esselunga è stata tra le prime a sperimentare questa linea e le cose vanno bene. Comprende anche la Verdeca, il Fiano, il Bombino rosé, il Negroamaro rosé, il Primitivo rosé. Oggi i rosati stanno andando bene: è un mercato che cresce del 13% e la Puglia è la prima regione per questa tipologia.

Quali altre linee avete sviluppato per la gdo?

Oltre la linea Tradizione Autentica, c’è Piane Rosse che è più nella tradizione. Con Primitivo e Negroamaro, c’è anche il Salice Salentino, Nero di Troia, la Malvasia Bianca. Il Nero di Troia è il ‘fratello diverso’ di Negroamaro e Primitivo. Si vendemmia nello stesso periodo del Barolo. È un prodotto ben strutturato che rappresenta la diversità dei territori della Puglia.

Puntate anche sulla sostenibilità ambientale?

Con il progetto alberello, tecnica soppiantata dalla meccanizzazione e introdotta al Sud dagli antichi greci. Questa tecnica, secondo noi, dà il massimo a livello qualitativo sia sul Primitivo sia sul Negroamaro. Ma la utilizziamo per diversi vini. Abbiamo proposto un progetto di salvaguardia di 5.500 piante, legandolo a un prodotto che si chiama Dorsorosso, un Negroamaro. È un pretesto per portare all’attenzione la tutela di questa impiantologia storica, che ha però costi maggiori. Acquistando una bottiglia, il consumatore adotta per un anno un alberello.

Che succede ora?

L’abilità sarà quella di inserire qualcosa di meno noto di Primitivo e Negroamaro. Sui rossi noi usiamo anche la barrique, ma solo se c’è il legno giusto: non amiamo i vini dei falegnami. E per i bianchi imbottigliamo con un anno di ritardo: abbiamo scoperto che sono longevi. Per il resto, ci sentiamo un po’ soli. Servirebbe maggiore massa critica, con altre aziende che spingono in questa direzione.

Quale vitigno autoctono potrebbe essere la nuova rivelazione?

Il Susumaniello. O anche una bacca bianca, come il Minutolo: ha caratteristiche aromatiche come il Gewürztraminer. Sono vini che nascono da territori a 300 metri tra i due mari. Hanno sapidità aerea.

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