Bar e pubblici esercizi, calo inarrestabile di imprese

Indagine Fipe sulla demografia d'impresa: il settore dei pubblici esercizi ha perso quasi 10.000 imprese in dieci anni. Profondo rosso per i bar (-18,2%)

Bar e tabacchi sono i campioni della prossimità per consistenza numerica. È un dato acquisito, storico: non c’è quartiere cittadino che non abbia uno o più bar. E le tabaccherie hanno una presenza più capillare anche delle farmacie. Lo conferma lo studio realizzato da Fipe-Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. Su 7.900 comuni italiani, soltanto 162, pari ad appena il 2% del totale, sono privi di almeno un bar o un ristorante, e quel totale è rappresentato da una rete capillare di oltre 262.000 imprese attive con una densità pari a un esercizio ogni 182 abitanti.

Il rovescio della medaglia è che questo settore non si sviluppa più a ritmo galoppante: la sua storia oggi è costellata di chiusure (anche di attività storiche, punti di riferimento per decenni di quartieri cittadini) e vendite o subentri gestionali, fenomeni imputabili a una variegata serie di fattori, primo dei quali la difficoltà di rimanere sul mercato a causa dei costi di gestione (soprattutto il caro-affitti). In dieci anni, dal 2015 al 2025, ha perso 10.000 imprese a livello nazionale, con un calo del 3,7%. La crisi è in particolare dei bar: in un decennio sono diminuiti di 22.300 unità (-18,2%) in tutta Italia: secondo Fipe, la diminuzione è da attribuirsi principalmente alla trasformazione di bar in ristoranti, più che a una vera e propria chiusura di attività.

Chiusure al Nord, boom al Sud

Grandi divergenze vediamo, inoltre, avvicinando la lente alla geografia del Paese: molte città del Centro-Nord guidano la classifica delle chiusure, con Trieste che ha registrato la flessione maggiore perdendo 172 attività (-16%), seguita da Pisa (-114 imprese, -14,6%), Pesaro (-92, -18,3%) e Ancona (-78, -17%); succede il contrario in diverse piazze del Mezzogiorno dove bar, ristoranti, take away e gelaterie/pasticcerie aumentano: Napoli è in testa, con 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), a conferma che la ristorazione resta un’efficace modalità di autoimpiego in alcune zone del Paese, dove l’occupazione è più problematica.

L’indagine Fipe analizza anche l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, aree nelle quali le mode del mercato hanno spesso causato un’eccessiva concentrazione dell’offerta e lo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio, di personale e di spazi ridotti all’osso il punto di forze del business. Il risultato sta nella crescita di rilevanti esternalità negative in termini di pressione antropica, rumore, rifiuti,

Alcuni esempi: nella zona di Porta Venezia a Milano le attività di ristorazione con somministrazione sono aumentate del 53,2% e quelle da asporto del 32%, mentre a Roma, in una porzione del quartiere di Trastevere, i take away registrano un +33,3% mentre i bar tradizionali calano del 24,1%. Spinte da affitti ormai insostenibili e da costi di gestione sproporzionati (come la Tari calcolata su parametri poco rappresentativi), molte attività si sono trasformate in locali di metratura ridotta senza servizio e con poco personale. Questa proliferazione di take away, orientati in moltissimi casi a forme di vendita aggressive e focalizzati principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, produce pesanti esternalità negative. L'abuso di alcol, il rumore e il degrado urbano danno vita a forme di malamovida che penalizzano cittadini e imprenditori.

Proposta Fipe contro la malamovida

Crisi o non crisi, i bar rimangono punti di riferimento per la vita dei quartieri. Fipe sottolinea il servizio essenziale dei pubblici esercizi, ma anche il loro ruolo di “presidio vitale di relazioni sociali e sicurezza sul territorio”. Non si possono però negare crescenti problemi legati alla sicurezza che sorgono soprattutto (ma non solo) in certe vie dei centri urbani dove più "pulsante" (per usare uno stereotipo) è la vita serale e notturna. Lino Enrico Stoppani, Presidente di Fipe-Confcommercio, ritiene ineludibile un cambio di cultura e approccio da parte delle amministrazioni locali per governare meglio il territorio:

“Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono un governo attento e una visione strategica, non semplici interventi tampone, con ordinanze che si limitano solo ad introdurre nuovi divieti -commenta Lino Enrico Stoppani, Presidente di Fipe-Confcommercio-Affrontare le criticità legate alla malamovida esclusivamente attraverso ordinanze restrittive sugli orari e sulle modalità di svolgimento dell’attività significa colpire le imprese sane, senza risolvere il problema alla radice. Va invece ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici. Programmare questa attività preventiva oggi è possibile grazie a strumenti normativi attenti alla sostenibilità ambientale, sociale e alla mobilità urbana, oltre che alla tutela e salvaguardia delle zone di pregio artistico, architettonico e monumentale delle città. Per questo chiediamo alle amministrazioni locali di tornare ad esercitare una vera funzione di governo del territorio limitando l’apertura di nuove attività in aree già critiche e contrastando tutte le forme di dumping commerciale che oggi non sono dannose solo per i pubblici esercizi, ma per la vivibilità stessa delle città. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male".

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