I locali lo fanno meglio: il campanile piace alla gdo

Il reparto ortofrutta servito è un’isola che prevede anche prodotti a km 0. Dieci addetti si alternano nell’assistenza giornaliera.

Più è vicino e più è sicuro, fresco e “buono”. Aziende e grande distribuzione hanno raccolto questa voglia di “prossimità” dei consumatori italiani e, dopo aver velocemente percorso e abbandonato il concetto vago e difficilmente sostenibile del “km zero”, hanno rivalutato quello indiscutibile della regionalità.  Forti del campanilismo degli italiani, che si ritengono depositari del “italians do it better” anche quando si parla di cibo, del nostro primo posto nella classifica europea dei prodotti Dop e Igp e della maggiore sensibilità dei cittadini nei confronti dei loro territori (anche in chiave di sostegno all’economia locale), tanti competitor industriali del mondo del food&beverage hanno rispolverato il radicamento nel territorio (multinazionali comprese). E praticamente tutti i maggiori retailer hanno dato spazio a scaffale ai produttori locali o alle specialità regionali enfatizzando il loro ruolo di scouting e agenti della democratizzazione del meglio delle tipicità alimentari del Belpaese. Soprattutto nel settore dei freschi, le insegne si sono impegnate nella costruzione di filiere locali, dando luogo a un’insolita convergenza di obiettivi tra retailer e produttori medio-piccoli, per i quali si sono aperti spazi di valorizzazione fino a pochi anni non conciliabili con le logiche dei grandi volumi di fornitura e della centralizzazione logistica della distribuzione moderna.“Regionale” è dunque la parola d’ordine del momento per produttori e distributori che vogliono conquistare un consumatore spaventato dalla globalizzazione e dall’industrializzazione, e che anela a prodotti rassicuranti e “artigianali”, certo che i giacimenti enogastronomici italiani possano continuare a svelare straordinari prodotti tutti da scoprire. E così, dalle olive ai gelati, dalla pasta ai dolci, i produttori alimentari ridisegnano l’offerta ampliando la gamma delle specialità del territorio ed enfatizzando il loro ruolo di scopritori e difensori della tradizione italiana.

Regionalismi di nascita e di ritorno
Per alcune aziende l’esaltazione dei gusti dei territori italiani fa parte della loro mission. È il caso di Valbona, che ha ampliato la gamma di conserve, di salse e paté con i cofanetti “I Regionali” a base di materie prime tipiche e certificate, o di Madama Oliva, leader italiano nel settore delle olive fresche confezionate che propone una segmentazione regionale con ben 35 cultivar e oltre 400 referenze in portafoglio. La ricongiunzione con i territori è stata perseguita anche dai grandi marchi del “made in Italy” che, dopo essersi affermati per una capacità produttiva e distributiva nazionale (e internazionale), stanno vivendo una sorta di regionalismo di ritorno. Lo ha fatto per esempio Barilla proponendo i formati tipici regionali della pasta e Saclà con la gamma di olive regionali. Ha occhieggiato alle differenze locali la stracitata campagna di advertising di Nutella (un alimento tutt’altro che local) dedicata alla prima colazione con le frasi tipiche locali. E lo sta facendo anche Valfrutta, che ha realizzato un restyling dell’immagine dei propri “Cotti a vapore” introducendo precisi richiami all’origine territoriale e alla provenienza dalla filiera delle realtà cooperative associate.

E se non è consentito?
E quando il proprio core business produttivo non consente la declinazione local la si va a cercare. Come ha fatto Rizzoli Emanuelli, storica azienda ittica del Parmense, con le “Regionali”, due insalate che abbinano il tonno a verdure e legumi inseriti nella cucina ligure e toscana. O come ha fatto Birra Moretti con “Le Regionali”, sei birre prodotte con malto 100% italiano e contraddistinte da ingredienti identificativi del territorio a cui vogliono rendere omaggio, per esempio il fico d’India e il grano arso pugliesi oppure l’alloro e l’orzo maltato lucani.

L'intero articolo su Gdoweek n. 15

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