Coronavirus, i primi effetti per ristorazione e centri commerciali

Fino a venerdì 21 tutto procedeva bene. La nave ristorazione viaggiava con il vento in poppa. Sembrava di stare tutti sul ponte a ballare, gustare piatti, ridere, scherzare, divertirsi, come dovrebbe essere in una società normale. Poi, nel fine settimana, nel giro di poche ore, tutto si è bloccato di fronte al coronavirus. O meglio: è bastata una manciata di casi, e la gran macchina lombarda del "socializing", dell'apericena, dell'aggregazione, della convivialità, del cinemino-cenetta con amici, del turismo spendaccione con gli occhi a mandorla, si è ingrippata. Già domenica 23 era il deserto nei locali, a pranzo, e non parliamo della sera. Sembra un film di Fellini: più Prova d'orchestra che E la nave va.

La ristorazione commerciale, ossia le grandi catene di ristoranti, pizzerie, bar/caffetterie, è uno dei settori più esposti alle conseguenze di questa emergenza. Le epidemie virali e batteriche sono un'arma potentissima per spaventare le masse e indurle a diradare le occasioni di vita sociale. E la ristorazione è il comparto a più diretto contatto con il pubblico, ancor più del commercio al dettaglio. Anche perché la capacità di attrarre quotidianamente grandissime folle di ogni età da parte di giganti come McDonald's e Burger King -ma lo stesso discorso vale per marchi ed esercizi nazionali ma non meno traffic buiding, come Spontini, Old Wild West, Roadhouse, ecc- è pari, se non superiore, a quella di grandi musei e monumenti.

Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) ha stimato in 2 miliardi di euro la perdita nel primo quadrimestre 2020 per tutti gli esercizi del settore, dai bar alle gelaterie, dai ristoranti alle pizzerie.

Quattro sono le tipologie di impatto sulla ristorazione:

  • chiusure obbligate da ordinanze pubbliche: es. pubblici esercizi nei comuni a rischio;
  • chiusure indirette, causate dal ridotto flusso di persone e/o lavoratori: per esempio i 1.600 dipendenti di Unicredit a Milano stanno a casa: con evidenti, immaginabili ripercussioni per l'indotto ristorativo;
  • Chiusure volontarie precauzionali da parte di catene o ristoranti singoli che operano in regioni e zone più vicine all'ipocentro dell'epidemia. es. McDonald's e Starbucks in Cina.
  • Chiusure volontarie, non obbligate, come è accaduto, da lunedì 24 febbraio 2020, nel caso di tanti esercizi di ristorazione e di servizio gestiti da cinesi a Milano.

In Italia, catene come Burger King si adeguano alle direttive di Regione Lombardia e del Ministero della Sanità, che non prevedono -dice l'ufficio stampa- particolari interventi restrittivi al di fuori delle zone a rischio conclamato: per esempio Burger King ha chiuso il ristorante di Casalpusterlengo, ma non ha preso nessun provvedimento sui ristoranti di Milano.

McDonald's non prevede, al momento, nessuna comunicazione, ma aggiunge che si attiene scrupolosamente alle indicazioni fornite da istituzioni ed enti sanitari, a livello nazionale e locale.

Spontini che è una delle catene di pizzerie più famose e frequentate di Milano, risponde "preferiamo per il momento non rilasciare numeri e/o dichiarazioni anche per non alimentare allarmismi fra gli operatori. Ci prendiamo qualche giorno per valutare appieno i risvolti di questa crisi".

Spontini figura fra i marchi della ristorazione che hanno aderito alla neonata Associazione brand ristorazione italiana (i brandi sono 63, ma l’elenco è ancora in fieri). Fra le insegne spiccano Antica Focacceria San Francesco, Bomaki, Bun the Abnormal Burger, Caffè Napoli, Cioccolatitaliani, East River American Pub, Glovo (che però non è ristoratore, ma fa parte del food delivery, ndr), Kalamaro Piadinaro, La Piadineria, Panini Durini, Panino Giusto, Pescaria, Poke House, Rossopomodoro, Signorvino, Spontini, per citare le più famose.

Questa associazione, di carattere temporaneo, rappresenta ad oggi un migliaio di attività, per un totale di circa 10.000 lavoratori.

Antonio Civita (Panino Giusto) e Vincenzo Ferrieri (Cioccolatitaliani), promotori dell’iniziativa, dichiarano così l’obiettivo immediato della neo-associazione: "Esprimiamo il nostro senso comune decidendo di tenere aperti i nostri locali, aderendo all’invito del nostro Sindaco Beppe Sala che richiama Milano al buon senso e invita a scongiurare atteggiamenti che possano generare eccessivo allarme, tra cui l’immagine di una città spenta in tutti i sensi, senza che ve ne sia l’effettiva necessità. Con i nostri colleghi abbiamo stabilito di devolvere un sostegno economico alle forze volontarie in campo, rappresentate da Associazioni riconosciute, che stiamo definendo in queste ore perché Milano è una città viva e una città viva è una città che reagisce.

"Abbiamo organizzato una riunione con i principali brand della ristorazione -commenta Vincenzo Ferrieri, fondatore di CioccolatItaliani- al tavolo con noi anche i marchi del food delivery, per capire come sostenere il Comune, la Croce Rossa e la protezione civile, il personale ospedaliero".

"La contrazione che stiamo vivendo non sarà compensabile"

"Si tratta di una fase difficile, che ci ha colti alla sprovvista, mai sperimentata in precedenza -commenta Umberto Gonnella, fondatore e ceo di 101caffè-. Entrare nel merito della gravità del Coronavirus è molto complesso e non mi sento di giudicare: non possiamo che affidarci agli esperti, ai medici e a tutte le misure governative messe in atto in questi giorni in via precauzionale e preventiva, che invitano tutti i cittadini d’Italia a rispettare le disposizioni date, favorendo il contenimento della malattia. Sarebbe bene evitare gli allarmismi, rimane però il problema dell’impatto dell’emergenza sulle attività commerciali: se protratta nel tempo, porterà alla crisi di interi comparti economici. Per quanto riguarda la nostra attività, stiamo registrando numeri in caduta. Sono stato di recente in stazione Centrale a Milano, dove abbiamo un punto vendita e ho potuto constatare come l’affluenza sia davvero diminuita. Se si pensa al fatto che i negozi vivono di pedonabilità, quando il flusso del passaggio cala in maniera così evidente, si riducono di fatto i fatturati. La contrazione che la nostra realtà sta vivendo in questi giorni non sarà compensabile: contemplando la chiusura dei centri commerciali anche nel week-end, la perdita è prevista essere importante".

"101Caffè -aggiunge Gonnella- non è un'azienda industriale che, se ritarda una consegna, la riprogramma il mese successivo, come accade, ad esempio, nel settore automobilistico. Siamo un marchio che vende prodotti al dettaglio, che i clienti acquistano in quel momento, per cui i consumi si ridurranno, oppure si sposteranno verso piattaforme online, usufruendo, quindi, di altri canali di acquisto. Stiamo cercando di arginare il più possibile il danno e auspico che questa azione così forte e decisa da parte del sistema governativo, protratta per giorni, possa poi riaprire alla normalità e alla libera circolazione delle persone. Ci sono anche dei temi legati alla gestione del personale, nel momento di chiusura imposta dei negozi, per cui bisognerà comprendere come il Governo aiuterà le piccole e medie imprese come la nostra".

Centri commerciali chiusi sabato e domenica

Sui centri commerciali, che hanno al loro interno macchine potentissime sul piano dell'attrazione e dei fatturati come le food court, rimandiamo al commento di Massimo Moretti.

I centri commerciali rientrano nell'ordinanza predisposta dal Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. La chiusura non riguarda le attività di pubblica utilità e dei servizi pubblici essenziali (di cui agli articoli I e 2 della legge 12 giugno 1990, 146, ivi compresi gli esercizi commerciali per l’acquisto dei beni di prima necessità), ma include:

  • bar, locali notturni e qualsiasi altro esercizio di intrattenimento aperto al pubblico: sono chiusi dalle ore 18 alle ore 6; verranno definite misure per evitare assembramenti in tali locali;
  • per gli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati è disposta la chiusura nelle giornate di sabato e domenica, con eccezione dei punti di vendita di generi alimentari;
  • chiusura disposta anche per le manifestazioni fieristiche.

"Il Presidente della Regione Lombardia, sentito il Ministro della Salute – conclude l’ordinanza – può modificare le disposizioni di cui alla presente ordinanza in ragione dell’evoluzione epidemiologica. La presente ordinanza ha validità immediata e fino a domenica 1 marzo 2020 compreso, fatte salve eventuali e ulteriori successive disposizioni".

Non è chiarissimo se i ristoranti, soprattutto quelli della ristorazione veloce (fast food, pizzerie, hamburgherie) rientrino in questa ordinanza. Burger King, come detto, segue scrupolosamente le direttive del Ministero della Sanità e quindi si limita e si limiterà a chiudere solo nelle aree a rischio conclamato.

"In particolare, per lo svolgimento delle attività dei ristoranti non sono previste restrizioni fino ad eventuali nuove disposizioni -precisa il sito di Confimprese. I gestori sono, comunque, invitati a mettere in atto tutte le misure necessarie per evitare nei propri locali gli assembramenti a rischio. Precisiamo inoltre che  –solo verbalmente– ci è stato comunicato che per questa settimana non sono obbligatorie comunicazioni ufficiali ai Comuni qualora si volesse prevedere la chiusura del proprio esercizio commerciale (bar, locali notturni e qualsiasi altro esercizio di intrattenimento) prima dell’orario indicato come obbligatorio (es h 17.00); sarà solo necessario apporre in vetrina relativo cartello informativo".

Crolli delle vendite del 30-40% 

Da quando è balzato drammaticamente e prepotentemente alla ribalta il primo focolaio nella Bassa Lodigiana (fine settimana 22-23 febbraio 2020) gli unici ad aver forse guadagnato (o a non aver perso) da questa iattura sono stati i punti di vendita della gdo (supermercati, superstore, discount, ipermercati), con punte del 50% (nel caso di Coop) per i negozi nella zona rossa. Il resto dei negozi (soprattutto non alimentari), per tacere della ristorazione, ha registrato un "drastico calo di traffico, con fatturati retail in forte flessione del 30-40% -precisa Mario Resca, presidente Confimprese- nel primo fine settimana di diffusione del coronavirus, e previsioni di un’ulteriore decrescita ancora non calcolabili per il resto della settimana. Questi i primi sintomi di una crisi che si inserisce nel sistema economico di un Paese già in recessione, che fino a ieri ha beneficiato del forte flusso turistico".

"Condividiamo –aggiunge Mario Resca, presidente Confimprese – le forti preoccupazioni e le richieste di adeguate misure a sostegno di tutto il sistema espresse da Confcommercio e Confindustria anche in tema di fiscalità, come la sospensione delle scadenze contributive per le aziende. Bisogna tenere in piedi il sistema Paese, siamo preoccupati per gli ulteriori danni che questo flagello potrà causare alla nostra economia".

 

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